lunedì 4 aprile 2016

Via da qui

Ho aspettato questo momento così a lungo, fremevo, volevo scrivere qui, mi mancava il mio rifugio virtuale, questo luogo in cui non ci sono regole, in cui i nomadi approdano e i legami si creano stabili, elastici. Questo giardino segreto che al posto degli scoiattoli e delle lepri ha gli accenti giusti, i verbi corretti, le parole scelte con cura ma senza essere troppo ricercate.
Ecco cosa bramavo... ma ora che sono qui, sono persa. 

Salto da una virgola all'altra, espiro e muoio, inspiro e rinasco, e oggi non basta niente per sentirmi abbastanza forte. Questa sera vorrei sentirmi viva, vorrei affidarmi alle luci della città, a cose concrete, e non agli esseri umani così effimeri, insicuri. Vorrei provare a essere una marea, qualcosa che torna, ma a cui non importa. Mi limito invece a queste ondate di passione e amore che si interseca col fumo di una sigaretta fumata troppo in fretta. Sono così stanca, così stanca che non ho le forze di arrendermi.

Non riesco più a rifugiarmi nell'angolo più oscuro del mio cuore, non trovo la chiave, non credo di averla cercata. Sarebbe bello rannicchiarsi sotto uno di quei alberi dietro la casa della nonna, con l'odore forte di muschio e il desiderio ancora impalpabile, immaturo. Quante vite sono scivolate dalle mie mani da allora, quanti involucri ho cambiato, quanto potere ho acquisito? Non lo so... e stanotte non ricordo l'odore di nessuno di cui mi importi, perché la mia casa sono io, ma la mia pelle sembra distante, dislocata, devo averla lasciata nel letto sbagliato, accanto a un sospiro creato con troppa facilità, di fronte a una fiducia troppo sfrontata. Avrei voluto oscillare, dubitare, camminare ancora un po' sul bordo del grattacielo di una città mai visitata. 

Sono diventata un essere di luce, non posso più nascondermi nel buio, ho perso il contatto con le mie radici, ma non so volare. Mi trovo qui, di nuovo, sul pavimento polveroso di uno chalet deserto, la mia pelle è sudaticcia e i pulviscoli si fondono con l'odore del caffè freddo, si attaccano al mio collo, alle clavicole, sotto le ascelle. Adoro il profumo delle foglie secche riprodotto dalla mia mente, perché è Primavera, ma il mio cuore pompa un sangue impuro e pieno d'Autunno, il mio corpo è il letto di un fiume in piena a ridosso dell'Inverno. Non sfocia mai... sento solo questa disperazione che cresce, si innalza fino alla gola e blocca i pensieri sulla punta della lingua. Stanotte sono arsenica e niente può fermare il processo.

Devo tenere duro, devo incamminarmi verso lo specchio d'acqua al centro del deserto e vedere cosa riflette il mio volto. Non potrò trovare me stessa attraverso niente e nessuno, nemmeno attraverso la mia arte, perché io devo divenire arte, devo nuovamente toccare il fondo mettendo le paure da parte, non posso più incanalare i miei dubbi e i pensieri nervosi in visioni erotiche e retoriche, devo inglobare me stessa, implodere e lasciar colare la mia essenza su un fondo scuro, senza riflessi, per vedere cosa rimane davvero, cosa può rinascere, come posso arrendermi all'immensità di una solitudine ponderata, consapevole e totale.





lunedì 8 febbraio 2016

Essere felici col computer rotto

Il mio mac è rotto da settembre e da settembre sto utilizzando il computer di Jakub, è stata dura all'inizio condividere qualcosa che per me simboleggia il cassetto della biancheria intima, ma mi sono abituata.
Non voglio creare un post in relazione alla mia perdita (molto importante per me, per quanto non compresa dalle persone che non usano il computer come mezzo per creare -leggi scrivere-), ma voglio trasmettere il mio disagio, perché va a finire che scrivo quando nessuno mi capisce.
Ho anche pensato, piuttosto a lungo, che fosse colpa mia, che forse non ho ancora imparato a spiegarmi a voce, ma il semplice fatto è che creare le frasi in un susseguirsi di parole nel silenzio di una camera, non è come spiegare quello che ci attanaglia a voce.
Per quanto sia frustrante copiare e incollare le lettere accentate, non avendo più la tastiera italiana, ci voglio provare lo stesso, perché mi manca scrivere sul Web, mi manca trasformare la mia vita attraverso la scrittura, in modo che non necessariamente diventi accessibile, ma che comunque fluisca fuori e non solo intorno a me in un circolo vizioso.

Mi piace parlare di me, se qualcuno è interessato ad ascoltare, ma mi piace di più scrivere, improvvisamente si disegnano più opzioni per spiegarsi e se sono abbastanza astuta da evolvere il mio stile nella direzione giusta, può anche darsi che nessuno mi giudichi, perché non lascio spazio alle  riflessioni. Ciò che scrivo è diretto, per quanto velato, arriva dove deve arrivare e se non arriva, vuol dire che il lettore è nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Sto cercando di essere molto sincera con me stessa e per quanto sia una cosa che ho sempre tenuto presente, è molto difficile da mettere in atto. Il mio cervello mi induce continuamente nei meccanismi sbagliati, nei sotterfugi, cazzate prevalentemente, e lottare contro il proprio cervello, per quanto indispensabile, non è mai una cosa piacevole... anche se ritengo sia naturale.
La bugia rimane sempre sullo sfondo, come il rettangolo meno sbiadito sulla carta da parati una volta tolto un quadro. Basta guardare bene e dire la verità a voce alta nella propria testa, pronunciare quelle parole e attraversare la paura di mettersi in una situazione scomoda di cui si è perfettamente consapevoli. Perché non abbiamo paura del giudizio, nessuno oltre a noi sa cosa stiamo attraversando, eppure agiamo come se ne avessimo. Siamo solo terrorizzati di concretizzare quei pensieri retrostanti e di prenderci le nostre responsabilita verso noi stessi. Credo che una gran parte della vita sia proprio attraversare le diverse fasi della propria evoluzione spirituale, intellettuale e fisica. Io ho cominciato molti anni fa e solo nell'ultimo anno ho trascinato la roccia in cima alla montagna, per poi semplicemente lasciarla rotolare dall'altra parte.
Non mi piaceva il mio corpo, adesso mi piace. Ero spaventata, ansiosa, arrabbiata, perennemente tesa, adesso sono felice, perfettamente in pace con me stessa. Non so come sia successo, ricordo qualche passaggio sparso nella mia crescita e non credo ci sia stato il momento in cui io abbia detto “adesso basta, si cambia”, ricordo solo la salita, l'incredibile stanchezza e proprio quando ho spremuto l'ultima goccia della mia fatica e della pazienza, mi sono trovata in cima, ad osservare questo splendito panorama che è la mia vita, a debita distanza ho visto anche tante piccole tappe collegate tra di loro da percorsi tortuosi, da mostri e paludi... una specie di gioco dell'oca horror hard core.
Sono incredibilmente felice di non essere più là sotto, non ho alcuna intenzione di tornarci. E non importa quanti giorni di merda ho davanti, quanto sarà difficile e triste, io non scendo, rimango felice.
Ho semplciemente capito che essere felici non è essere perenemente sorridenti come degli idioti, ma significa mantenere la pace interiore quando va tutto a puttane, capire cosa succede dentro e intorno e agire di conseguenza, realizzare che niente è terribile come sembra, che gli artigli fuori dalla finestra non sono altro che alberi... a volte basta aspettare l'alba per rendersene conto, altrimenti basta avvicinarsi. Essere felici vuol dire anche accettare il benessere quando arriva, invece che vivere in questa continua domenica in seguito al sabato dell villaggio, quel sabato che nessuno si è goduto comunque, perché Leopardi rende tristi anche le cose felici.
Andare attraverso le proprie paure è la cosa più difficile da fare! Parlare a qualcuno aspettandosi il rigetto, buttarsi in un nuovo progetto senza capo né coda, prendere un biglietto di sola andata, alzarsi nel bel mezzo del ristorante pieno e andare in bagno (suona ridicolo, ma l'ansia è una cosa complessa e incomprensibile a chi non la prova), dire a qualcuno che ciò che sta facendo non ci rende felici, o confessare ai propri genitori che se avessi seguito il cammino che ti hanno indicato saresti sprofondato nel baratro. Ma ancora più difficile è capire i propri desideri e non lasciarsi fermare da niente per fare il primo passo. Vi diranno che la cosa non vi porterà soldi, che valete più di quello, che è solo un hobby e che ci vuole sempre un piano B; e voi... voi avete due scelte, seguire i consigli di chi non vive la vostra vita e morire dentro neanche troppo lentamente, o ammettere a voi stessi che non avete scelta e che possono andare tutti affanculo.




domenica 15 novembre 2015

Beirut, Parigi... e il Mondo.

Sono due mattine che mi giro e mi rigiro nel letto, non riesco a darmi pace. Mi prude il cervello, se così si può dire. Vorrei dire qualcosa di importante, qualcosa che renda giustizia prima di tutto alle persone che stanno morendo nel mondo e poi qualcosa che rappresenti a pieno la mia rabbia verso l'ignoranza, la mia paura, le mie preoccupazioni.

Così ho pensato di fare un passo indietro, al 9/11, quando io e mia mamma avevamo un volo notturno da Almaty, per tornare in Italia, con scalo a Londra (una di quelle deviazioni senza senso per risparmiare qualche centinaio di euro). Aspettando di lasciare casa, io guardavo la TV, mamma e papà erano in cucina. A un certo punto, non so ancora descriverlo a parole degne perché probabilmente devo ancora evolvermi come scrittrice, c'erano le Torri Gemelle e un attimo dopo non c'erano più. Fumo. Tanto fumo. Ero ancora ragazzina, non credo conoscessi il termine "Terrorismo", per me esistevano i buoni e i cattivi. Se bombardavi una città, eri cattivo, se morivi bombardato, eri buono. Credevo fosse un film! Adesso so che le cose non sono sempre come appaiono e che il bene è molto spesso il male e viceversa.
Un attimo dopo erano arrivati i miei genitori, sconvolti, mia madre era sotto shock, voleva cambiare canale, non voleva traumatizzarmi; mio papà insisteva nel lasciare il notiziario. Capisco mia mamma, ma capisco di più mio padre, diceva "le persone muoiono, oh mio dio, oh mio dio, dobbiamo chiamare Jonathan" (Jonathan che ora vive a Los Angeles, ho provato a tenerci un epistolario, ma ci siamo presto persi).
Insomma, abbiamo preso questo volo nefasto, tra aeroporto e casa ho vomitato tre o quattro volte, più realizzavo cosa stesse succedendo, più lo stomaco mi si contorceva. Esattamente da quella data in poi, ho sofferto di gastrite per anni. Non ho più intenzione di ricadere nella somatizzazione dei miei mali per il terrore del giudizio altrui. 

Ieri ho visto un vlog in cui un tizio inglese sensibilizzava le persone a esprimersi, sottolineando il fatto che sicuramente avremmo avuto qualcuno contro, perché siamo tutti diversi, ma che dovremmo comunque unirci nell'esprimere la propria opinione. Così ho pensato che forse potrei fare un vlog anche io, e magari lo farò, in inglese, nel mio scarso inglese, inciampando e balbettando e forse piangendo pure, perché sono emotivamente instabile, o emotivamente sana, interpretatela come volete.
Ma la realtà è che amo scrivere, niente come il susseguirsi delle parole giuste mi rende fiera delle mie frasi, è una cosa che faccio con tale amore da farmi male. Ma soprattutto, quando scrivo non ho paura. Quando sono qui ed esprimo un'opinione, le persone approdano, non si imbattono in uno status a caso, raramente incrocio persone stupide. Non sempre chi mi legge è d'accordo con me, ma non ho mai ricevuto una critica insensata o dettata dall'ignoranza.

E quanto odio l'ignoranza. Odio questo odio gratuito verso l'Islam. Le persone non sanno un cazzo.
Ma facciamo di nuovo un passo indietro, alla seconda superiore, fuori dalla palestra, io con addosso una gonna viola con le trine. Ancora quando mia madre vorrebbe buttarla mi oppongo, per la cronaca. Me ne sto lì tutta carina quando sento sparare una cazzata colossale da un compagno di classe, Elvis; non ricordo l'argomento, ma visti i fatti deve essersi trattato di ignoranza ed arroganza. Così gli faccio notare che ha torto e in risposta mi sento dire "zitta terrorista di merda, tornatene al tuo paese". Altro fatto di cronaca, il Kazakistan non è mai stato accusato di terrorismo e io non sono mai tornata lì se non per brevi visite, perché l'Italia, nonostante tutto, mi piaceva. Nonostante quelli come Elvis, l'Italia mi piace ancora, molto.
Se io, essendo originaria del Kazakistan, sono stata accusata di terrorismo, perché non accusarne anche che so... l'Arabia? O l'Islam in generale? A caso! Entrambe le cose non hanno perfettamente senso. E sono entrambe partorite da idioti... o da qualche semino impiantato nel posto più marcio e più giusto.

Siete con me? Mi seguite?
Bene. In Kazakistan convivono ortodossi e musulmani, da una vita, dall'88 circa, che non è una vita, ma la mia sicuramente. La mia migliore amica, quando abitavo lì, era kazaka, musulmana, e andavamo in giro come due bambine normali, pure tenendoci per mano e se mio padre non sapeva dove trovarmi, prima o poi bussava alla sua porta. Avevo anche un'amica irachena, conosciuta a scuola una volta e mai più vista a lezione, perché suo padre non le permetteva di studiare. La andavo a trovare spesso però e mangiavo il riso con le mani con loro e mi offrivano il tè. Non condividevo il maschilismo che c'era alla base della loro famiglia, ma non li ho mai odiati per questo, loro hanno sempre tenuto le porte di casa loro aperte per me.
Questo per dire una semplice, banale, devastante cosa: i popoli sono pacifici, di natura, se nessun misfatto politico li manipola. Persino la religione è pura, di base, finché non finisce nelle mani sbagliate... COME LA STORIA CI INSEGNA, porco cane.
Pensate all'Ucraina... io avevo i nonni in Danetsk e quando è scoppiata la recente guerra mio padre era straziato, aveva così tanti parenti lì, la sua infanzia, i suoi ricordi. Sono cose sacre, soprattutto quando sai che la pace sarebbe potuta esistere. Su Skype mi diceva "perché non torni qui? Cosa facciamo se scoppia la guerra? Ci divideranno??" e io non sapevo cosa rispondere. E mi mancano le mie eterne montagne. A loro non importa delle guerre, perché hanno capito che sono unite, invisibilmente, che se cade una, perisce anche l'altra.

Soffro. Soffro tanto gli attacchi dell'Isis nel mondo. A Beirut, a Parigi, ovunque. Perché mi toccano da vicino anche se per fortuna non ho perso persone care o non sono stata colpita direttamente. Mi sento maledettamente parte del Pianeta, amo l'umanità nelle persone. Odio la politica, odio i politici che manipolano il gregge ignorante, odio il gregge, odio chi non mette in dubbio niente, chi non si documenta, chi spara cazzate colossali che messe insieme si incanalano in una futura, spaventosa guerra in cui moriranno tante piccole me.
Possibile che solo in pochi si rendano conto che tutti gli esseri umani sono non altro che il sangue del pianeta? Scorriamo nelle sue vene finché non ci imbattiamo in un tumore da estirpare e sarebbe tanto bello non dover fare uso di antibiotici e fare strage di cellule sane.
L'Islam, stupidamente accusato di terrorismo, è nella nostra stessa barca, a remare contro l'Isis. E se non sapete di cosa parlo è il momento di fare un tuffo nella storia e domandarvi se vi steste scaccolando il naso o se foste in bagno mentre il vostro insegnante spiegava i fatti importanti dell'umanità, senza demagogia... con un po' di fortuna.

Ho la mamma coreana, nata in Ucraina, gli antenati però sono dell'agognato Nord. Mio padre è greco (non si sa per quale assurdo collegamento) e russo, nato in Ucraina. I miei si sono conosciuti in Kazakistan, dove non vive Borat scopandosi allegramente sua sorella, ma dove sono nata io, dall'amore e dall'unione di tanti popoli. Non so se in modo innato o se perché sono cresciuta in una realtà in cui odiarsi perché di razze diverse è pura fantasia, ma mi sento cittadina del mondo e sono affascinata da tutti i popoli e provo empatia e solidarietà per tutti e mai mi sognerei di pensare alla violenza come alla soluzione di un problema molto chiaro, un problema che andrebbe solo annientato, ma stranamente i media e i politici ci girano solo intorno. Ma chissà come mai...

Il primo film che ho visto, grazie a mio padre, è stato Il Quinto Elemento, dove ho imparato che il male ingloba il male e si ingrandisce e che non ha niente di umano. E anche che l'amore vince il male, magari non grazie a delle pietre magiche e un po' di fortuna, ma con sofferenze e tanta pazienza, consapevolezza e intensità, come il vero amore dovrebbe essere.


Stamattina mi sono svegliata in agonia, mi sono girata verso Jakub che dormiva e mi sono messa a piangere. Perché sono viva, perché sono con lui e siamo salvi, liberi, di popoli diversi, ma insieme. E ho avuto paura... Così l'ho abbracciato e ho smesso, perché il Terrorismo non può vincere sulla mia intimità, non gli darò il permesso.



sabato 26 settembre 2015

La mia individualità

È tutto il giorno che ho i piedi freddi, è la sensazione che odio di più al mondo. È una giornata gradevole, lavorativa, creativa, tranquilla... eppure non riesco proprio a scaldarmi i piedi.
È qualcosa di non detto, tenuto dentro, come mio solito... Ora che la mamma sta manifestando tutti i disagi psichici, risultato di un carattere forte ma uno spirito sensibile, capisco da chi ho preso. Sono riuscita a disarmarmi della permalosità di papà e vivo meglio. C'è ancora tanto da fare per diventare intangibile, ma sono sulla buona strada. Eppure questa testardaggine emotiva della mamma non si decide a lasciarmi e continuo a divorarmi dall'interno.

Tutto ciò che mi hanno passato i miei genitori mi è servito, ne ho fatto buon uso, nel bene e nel male... ma non ne ho più bisogno, queste abitudini che si passano di generazione in generazione sono solo catene. So che devo liberarmene, ma una parte di me è affezionata persino a questi modi di fare di merda per cui ci infliggiamo del male da soli. Potessi, prenderei a schiaffi mio padre, per esempio. E forse nella mia testa dovrei permettermelo qualche volta. Siamo così abituati a bloccare persino i nostri pensieri, come se fossero le nostre azioni o i nostri più profondi desideri, come se odiassimo i nostri genitori davvero... Ma è solo la lotta per la propria individualità, niente più, dobbiamo permettercelo. I nostri pensieri ci appartengono.


Sono così fiera di chi sono, in questo momento me ne sto seduta qui e mi sento orgogliosa, non più in ansia... non ci sono ritardi sulla vita, vivo e basta e lotto per ciò che amo... di chi ho bisogno per amare ciò che amo? Per creare... di nessuno. 
Ema diceva sempre "per i tuoi bisogni emotivi ci sono certe persone, per i bisogni creativi... altre. Prima lo accetti e prima diventi felice". Voleva dire, credo, che non si può condividere tutto con tutti ed aspettarsi che capiscano, anche se ci amano davvero profondamente.
E questo mio orgoglio, queste mie comprensioni non sono merito di mamma e papà, ma delle mie personali sofferenze, delle persone con cui ho scelto di passare il mio tempo, sono scelte mie, sono cose mie, tutto mio. Sono io.

Amo i miei genitori, ma non posso più pormi limiti per abitudini e scuse genetiche. Non ho più 5 anni per sbolognare la colpa su loro. Ne ho 27, quasi, e mi sto per sposare. Sto creando la mia piccola famiglia per scelta. Non è facile, dio non lo è... Lo odio! E ho cominciato a odiare Jakub qualche volta, come lui ha cominciato a odiare me, ma è una cosa diversa che ci dobbiamo concedere, basta capire che è come respirare, l'amore va e viene, il cuore si riempie e si svuota, costantemente, è il ciclo della vita e non può essere altrimenti. Una cosa buffa che avevo notato tanti mesi fa, è che quando io e lui litighiamo, continuiamo a tenerci per mano, o a mantenere una posizione incoerente riguardo a ciò che sta succedendo. Per esempio una volta stavamo discutendo di qualche cosa, svaccati sul divano, e io avevo le mie gambe sopra le sue e lui continuava ad accarezzarmele automaticamente... Eravamo arrabbiati e non ci stavamo capendo, ma i nostri corpi dicevano che sarebbe andato tutto bene.

Insomma, per dire che "odiarsi" è giusto, perché siamo individui e non bolle di sapone che si fondono, siamo solidi e abbiamo ossa appuntite e resistenti, sangue bollente e un cuore ribelle, se vogliamo stare insieme... dobbiamo rimanere liberi... e selvaggi. Solo in modo umano.

Nonostante i piedi ormai prossimi all'amputazione per ibernazione, sto bene. Ho i Porcupine Tree a palla e non piacciono né ai miei né a Jakub, anzi, me li aveva fatti ascoltare un ex di cui adesso nemmeno voglio sentir parlare, quindi è una mia scelta indiretta, è un mio momento... perché mai dovrei condividerlo? Persino al loro concerto sono andata da sola ed è stato bellissimo! Avevo pure speso gli ultimi soldi per un b&b di merda, dove però c'era la TV e su MTV davano Time Flies dei Porcupine appunto e io mi sono sentita tanto trasgressiva a fumare una sigaretta alla finestra (con le sbarre e senza vista), da sola da qualche parte a Bologna... Era un mio momento anche quello. 
Piano piano comincio a essere fiera di ciò che piace solo a me, è un po' come staccarsi dai propri genitori, mentalmente, non fisicamente, è la cosa più importante. Perché cercare sempre la condivisione? L'approvazione... La pacca sulla spalla. Brava Nina, Brava! Solo io decido se sono brava, se poi a qualcuno piace pure qualcosa che creo o che piace anche a me, potremmo essere amici! Non è così che nascono alcune amicizie?

Ci pensate mai... Quando si è sviluppata in voi la voglia di condividere così ossessivamente qualcosa di tanto privato e prezioso come una canzone che ascoltate nei momenti difficili o allegri della vostra vita? Non è inquietante? Io prima la mandavo solo a chi credevo potesse piacere, era un magico rito, un piccolo segreto tra me e l'altro ascoltatore. Se siete artisti e pubblicate i vostri lavori, è diverso... perché, come dice Andrea, le creazioni sono come i figli, una volta fuori non sono più tuoi (in un certo senso, specifico, sennò viene ansia anche a me).

Insomma, in serate come questa, in cui sono da sola e coi piedi freddi, con a palla uno dei miei gruppi preferiti e gli occhi lacrimanti per il poco sonno, capisco chi sono veramente, capisco cosa voglio e cosa mi piace, recupero la mia individualità, non esiste nessuno all'infuori di me. Gli errori, la genetica, l'attaccamento... nulla ha importanza. Solo i miei piedi :)



mercoledì 19 agosto 2015

La magia della creatività

La magia è una cosa fondamentale, in tutto, ma non è da tutti... credo.
L'altra notte ho sognato che una canzone che ho scritto - che farà parte di un piccolo EP che io e Diego stiamo allegramente partorendo in Turpike Lane, che fuori piova o che ci sia il sole - non fosse altro che la brutta copia di una canzone indie già esistente, credo di non aver nemmeno panicato, era come se dovesse essere così. Fanculo. Non è così.

Ho tanta pressione addosso e non faccio sentire i miei progressi a nessuno, a parte Andrea credo... perché è un musicista e capisce quando si tratta di scheletro e quando di pelle e tutto il resto. Un musicista ha sempre la visione più completa delle cose, ancora prima che esistano, bastano poche nozioni tipo "qui le voci saranno più dinamiche, poi qualche glitch, la chitarra è solo un tappeto non ci far caso per ora". E poi Andrea non mi inculerebbe mai un pezzo, io ho sentito i suoi sprazzi per anni, ci fidiamo, credo.
Circa tre settimane fa ho fatto sentire una canzone appena composta a Jakub, perché vorrei condividere con lui anche l'impossibile. Avevo appunto steso un tappeto di chitarra acustica, per sostenere la voce, giusto per quello, quindi la melodia vocale era la cosa fondamentale e il testo, il testo per me è tutto. Mi viene in mente il Boniz che suona la colonna sonora di The Hours... senza aver mai visto il film e quella volta ero d'accordo con Marco, non aveva senso. Il Boniz aveva risposto "eh, ma se guardo il film mi rovino il mio filmino". Non abbiamo saputo cosa rispondergli, è come cercare di convincere qualcuno a lavarsi dopo che ha detto "tanto mi sporcherò di nuovo".
Insomma, a Jakub la mia roba piace, anche se non è il suo genere, ma quella volta, finito di suonare in modo piuttosto maldestro la chitarra, non essendo il mio strumento, ha commentato "bella, mi piace molto, ma ci andrà altra roba vero?", come per dire "un po' povera così" e io non ho avuto la prontezza di dirgli "cazzo l'ho scritta due ore fa, è la base, è l'inizio, non senti la magia? Ti condurrà al pezzo completo", ma ho finito per offendermi, forse ho anche pianto, non ricordo, piango sempre.
Jakub non può avere la visuale completa delle mie canzoni, perché vengono composte nel buio della mia solitudine e possono fiorire solo grazie a Diego ora come ora (o in generale un sound designer, producer e via dicendo). Mi viene sempre in mente un'illustrazione di Jason Chan, di quella ragazzina seduta sul letto di camera sua, mentre ascolta musica e scrive sul diario e intorno a lei si sviluppa un mondo di fate e spiriti, farfalline e lucciole, cose che, suppongo, solo lei possa vedere.
Il lavoro di un artista è trasformare la visuale nella propria testa in qualcosa di concreto. È per questo che probabilmente non capisco l'arte contemporanea, vive troppo attraverso il fruitore, l'artista diventa un macellaio, ti vende una bella bistecca ma te la devi saper cuocere tu (sembra una cosa detta da Nicco, cristo santo). Ma è solo una mia visuale.
Adesso Jakub ascolta solo canzoni un bel pezzo avanti nella composizione e arrangiamento, così può vedere ciò che prima gli fosse impossibile. Oggi io e Diego abbiamo sostituito i violini con il pianoforte e ci siamo pisciati addosso dalla gioia, credo che significhi che la canzone sia pronta per essere udita dal mondo... che si ridurrà, per motivi di esclusiva e produzione ancora non chiara, a mio padre, che spero completi il nostro EP e mia madre, perché ha il cuore aperto verso la mia musica e le piace tanto, sinceramente. Jakub fa parte del processo creativo, anche se non sente da un bel po' i miei aborti, vede i progressi e influenza la composizione, anche se non lo sa, perché come ho detto i testi sono importanti per me e da qualche parte devono pure nascere, qualcuno dovrà pur ispirarmeli, almeno all'inizio.

Quando fotografo non faccio mai vedere gli scatti ai miei modelli (è ridicolo chiamarli tali, sono solo amici che si prestano, anche se... sono talmente autentici che mi aiutano a far sembrare le foto degli estratti di un film, che poi... non è altro che la mia vita suddivisa in frame). Per il semplice fatto che il fine giustifica i mezzi per me, nell'arte visuale, nella musica, nel resto non so perché conosco solo queste due e nemmeno completamente. Ciò che si vedrebbe sul monitor della macchina fotografica non sarebbe che lo scheletro, quella chitarra-tappeto delle mie canzoni, la base. Mi piace lavorare in camera raw e non mi vergogno a modificare luci e colori, sono talmente una pippa che mi consolo perché senza una buona base non riuscirei a fare quello che faccio in post-produzione, è un ritocco non ritocco. 
Per questo comunque mi piace scattare con l'analogica, perché nessuno rompe il cazzo finché non ritiro i rullini. Seriamente. Non modifico le pellicole, ma almeno me le studio, le seleziono e decido cosa non è degno di essere pubblico, nessuno disturba il mio processo creativo, nemmeno chi ne è parte integrante.

Se io facessi vedere il making of dei miei progetti si perderebbe la magia. A me piacciono i teaser, non i trailer, mi piace la percezione virale delle cose (virale, una parola che mi piace molto e di cui non sarei a conoscenza nel cinema per esempio se non fosse per Marco... Marco che per altro mi ha ispirato un testo, insieme ad Andrea, sono state persone importanti).

La magia rimane negli occhi, o nelle orecchie se vogliamo, di chi crea ed esplode nel delta finale solo se l'artista lo vuole; se le scintille iniziali non vengono percepite dagli altri, l'artista non dovrebbe arrabbiarsi né offendersi, ma chiudere quella cazzo di bocca e lavorare duro, raffinare la sua creatura e renderla talmente forte da non aver più paura di metterla fuori. È la magia di non temere un giudizio.


martedì 14 luglio 2015

L'amore per mia madre

Sono seduta qui di fronte a un mazzetto di fiori che ha preso l'altro giorno al supermercato, dicendo che le ricordano l'infanzia, è proprio come me in questo, o sono io proprio come lei. Poi sulla destra c'è una piantina arancione, kalanchoe, e mi rendo conto di essere circondata da questa specie, ci è stato un periodo in cui io e Jakub abbiamo comprato piante ossessivamente ogni volta che ne abbiamo avuto l'occasione e io non ho mai saputo dire di no a quel fiore in particolare.

Quando vivevo in Italia con la mamma, ci siamo trovate in casa una di queste piantine e poco dopo ha cominciato ad appassire, io non sapevo nemmeno potesse fiorire perché non l'ho mai vista in fiore. Poco dopo l'ho portata in camera dal balcone, sperando si riprendesse, e in terra ho trovato un bruco... dove c'è un bruco c'è una crisalide. Insomma, un insetto bellissimo si stava mangiando la pianta. Dopo un po' la nostra piccola kalanchoe si è ripresa, la mamma l'ha curata e l'abbiamo vista fiorire per la prima volta.

Così io replico questo ricordo con qualcosa di concreto, vivo in una specie di ricordo sano, mi fa sentire meno isolata, meno sola, mi ricorda che in un altro paese c'è una donna meravigliosa che a sua volta non appartiene a quella cultura. Non so più nemmeno io dove potremmo sentirci a casa. Forse dove possiamo essere qualche volta insieme.
Questa volta è venuta lei a trovarci a Londra e come una deficiente l'ho fatta correre a destra e a sinistra per farle vedere mille cose bellissime di questa città, quando sarebbe bastato portarla al parco dietro casa e stare con lei sotto un albero, chiacchierare, come abbiamo fatto qualche volta la sera a casa quando Jakub doveva ancora rientrare dal lavoro.
L'altro giorno abbiamo trapiantato dell'edera che ho sulle mensole, ci siamo prese cura delle mie piantine ossessivamente collezionate. Adesso c'è il suo tocco anche nelle cose vive, non c'è scampo per me dalla mia malinconia.


In poche parole, mi sento una merda, prima di tutto perché per quanto sia difficile per noi due vivere insieme, più per il mio carattere del cazzo che per le sue esigenze, è ancora più difficile vivere così distanti dopo una vita passata insieme, dove ci siamo fatte il culo e abbiamo sofferto insieme tante di quelle cose che solo madre e figlia possono superare. Non so, c'è qualcosa di sbagliato in questa sensazione e il mio intuito difficilmente mi tradisce. È giusto che io mi stia costruendo la mia vita dove voglio nel mondo, o dove sono finita per una serie di casualità e accadimenti, ma non va bene che mia madre sia così lontana. Non va bene per me e non va bene per lei e se lei soffre io soffro il doppio. So esattamente come si sente adesso.

Una volta ho detto a mio padre che è piuttosto buffo che io e la mamma abbiamo le stesse reazioni fisiche a determinate condizioni climatiche e cose omologhe, tipo il mal di testa in una determinata situazione, o il mal di stomaco di fronte a un altro tipo di difficoltà. Lui mi ha detto che è perfettamente normale, perché lei è mia madre, è sangue del mio sangue, è la donna da cui è cominciato tutto in un certo senso. Quanto suona banale e vero? Quanto è incredibile che la cosa mi abbia innervosito fino a quel momento, invece che essere semplicemente immagazzinata nella mia coscienza femminile? Forse stavo cercando la mia individualità e non la trovavo in tutte queste somiglianze con lei. Adesso adoro trovare un po' di lei nelle mie mani. Dovevo allontanarmi e vedere chi siamo da lontano.

Ho finalmente compreso la differenza fondamentale che sta alla base dell'amore che provo per papà e per la mamma. Io adoro mio padre, bramo il suo consenso da una vita, il mio amore ribolle di una ricerca insana della sua attenzione, da una vita... Lo amo incondizionatamente e in modo puro, anche se alcune cose, alcune sue scelte non mi sono ancora chiare, anche se ogni tanto mi permetto di provare rabbia nei suoi confronti. Lo amo. Questo è e niente lo potrà cambiare.
Amo nella stessa maniera mia madre, anche se in modo più cristallino, perché ogni suo atto aveva per me un motivo chiaro e a me comprensibile e quasi sempre ha agito per il mio bene. Ma la cosa più importante è che oltre al sentimento incondizionato che può provare una figlia per la propria madre, ho maturato un amore cosciente. È quell'amore che scegli, di cui ti prendi cura perché sai che se un giorno manchi ci sarà qualcun altro ad annaffiare le tue piantine.

L'amore per mia madre è forte e indistruttibile perché è un amore vissuto. 




sabato 25 aprile 2015

Jakub, la mia famiglia

Ci sono quelle mattine in cui punto il naso nell'ascella destra di Jakub e penso di essere nel posto più sicuro al mondo... effettivamente lo è. E lui se ne sta lì, respira regolare come se non fosse successo niente, mugola qualcosa di incomprensibile in segno di assenso e sento che sorride. Sentite mai qualcuno sorridere? C'è qualcosa nel respiro che si interrompe per una frazione della frazione di secondo, i pulviscoli si congelano nell'aria e i polmoni sono nella loro piena capienza, gonfi, col cuore aperto verso le labbra che impercettibilmente, millimetricamente si dilatano. È una cosa che si sente, se si usano gli occhi non funziona.

Magari la notte ho respinto un suo abbraccio perché avevo caldo, o avevo problemi respiratori, o semplicemente ci sono quelle notti in cui si desidera essere un po' più isolati nel proprio sonno. Ma a lui non importa. E se io non ce l'ho al mio fianco soffro, ho freddo, sto scomoda, non riesco ad addormentarmi facilmente. La sua presenza è essenziale, per quanto suoni egoistico.
Lui invece si rifugia alle mie spalle, tra i miei capelli, a volte lo sento respirare profondamente sul collo, o sulla nuca, mi viene caldo e mi innervosisco, allora scivolo un po' più in alto, così la sua faccia si posa sulla mia schiena e io sono felice.


Quando perdo il controllo ho paura, forse più perché cerco di tenere le redini di un cavallo impazzito impossibile da domare, non da una donna per lo meno, suppongo. Non mi permetto di perderlo, così si ribella di più. Con lui posso, ha una specie di sedativo negli occhi, mi guarda preoccupato, ogni tanto li apre di più e mi sento inondare da un mare immenso e segreto, mi affaccio su un cielo azzurro e denso... è come se fossi su una scogliera e decidessi di tuffarmi. Poi mi dimentico perché mi ero arrabbiata. Suonerà banale, ma non è un caso quando parlano di persone fuoco e di persone acqua, di complementari... E in generale credo l'uomo sia nato per riuscire ad aiutare la donna che ama ad incanalare le proprie emozioni, senza spegnerla.

Quando vedo il suo sguardo spegnersi e il suo cuore irrigidirsi, mi ricordo immediatamente di come accendere un fuoco in mezzo al deserto, o in cima a una montagna rocciosissima. Mi viene totalmente spontaneo e sento le mie energie raddoppiare, triplicare, potrei donare tutta me stessa per risollevare la persona con cui voglio passare il resto della mia vita.
A volte ci abbracciamo infinitamente, talvolta i battiti cardiaci si sincronizzano e sento un po' di quell'energia aumentata andarsene, so esattamente dove si dirige e sento di avercela fatta anche questa volta. Ci sono certe cose che, magicamente, solo una donna che ama profondamente un uomo può fare. 

Sono stata due settimane o poco più in Italia, lontana da Jakub... Ed è lì che ho capito che la famiglia che ho scelto, il mio piccolo fuoco di cui prendersi cura, è con lui. Non importa dove sono le mie radici finché ci prenderemo cura l'uno dell'altra... come ci ha chiesto di promettere mia mamma dopo un margarita di troppo.